20 Dicembre 2017 | Posted in:Appuntamenti Settimanali

Di nuovo, nelle parole dell’Evangelista Luca (Lc 1, 26-38), non c’è niente. Sono tutte frasi, ha spiegato don Augusto Busin nel Centro di Ascolto di martedì 19 dicembre, già presenti nell’Antico Testamento, tali e quali, a significare che la storia di Israele non è la storia di singoli individui, ma la storia di un popolo.
Il Vangelo della 4^ Domenica di Avvento parla di qualcosa che dovrà compiersi. Il compimento è qualcosa che riguarda soprattutto il Nuovo Testamento: Cristo, sarà Lui il compimento.
Posti di fronte a situazioni di disagio, di sventura, di difficoltà, gli uomini sono sempre stati portati a invocare qualcuno che li possa salvare. Quanti sono i messianismi nella storia? Tanti, e tutti con lo specifico di “salvare”, di riportare l’uomo alla dimensione di uomo. Ma tutti questi messia si sono rivelati idoli che si sono rivoltati contro l’uomo.
Perennemente l’uomo attende qualcuno che metta pace, è in attesa del Salvatore, è in attesa di un nuovo annuncio. In tale attesa l’uomo può porsi con due atteggiamenti, quello dell’impaziente e quello del rassegnato, che porta a chiusura o indifferenza.
Nella 4^ Domenica di Avvento siamo invitati a vivere e ad interpretare un nuovo annuncio. Ed è un annuncio che sa di Natale.
Cerchiamo di capire il genere letterario con cui l’Evangelista Luca presenta l’Annunciazione. Nella Bibbia, l’annuncio di una nascita straordinaria c’è sempre stato: Isacco, Sansone,  Giovanni Battista… E sempre l’annuncio è presentato come donum: c’è l’angelo, l’annuncio di un figlio, il nome da dare, la missione che tale figlio dovrà compiere, il segno che l’Angelo è pronto a dare e che quasi sempre si realizza.
Luca non vuole fare un reportage, riferire fatti di cronaca, ma portare l’attenzione sul figlio, perché è questo l’annuncio che viene dato a Maria, che le nascerà un figlio, Gesù.
Due le sorprese. Tutti guardano a Gerusalemme perché quello è il posto che conta sotto  tutti gli aspetti, politico, sociale, religioso. Invece Dio, per l’annuncio tanto atteso della venuta del Salvatore, sceglie le periferie, Nazaret in Galilea. E l’annuncio viene fatto a una ragazzina, perché Dio preferisce gli ultimi, quelli che sembrano non contare nulla.
Le parole che l’angelo rivolge a Maria, chiamandola non per nome, ma definendola “piena di grazia”, sono le stesse usate dal profeta Sofonia. All’obiezione di Maria, l’angelo risponde dicendo che la potenza dell’Altissimo stenderà su di lei la sua ombra. Nella Bibbia termini come ‘ombra’ e ‘nube’ sono segni della presenza di Dio, della presenza del divino. Perché nulla è impossibile a Dio. E il fiat di Maria esprime il desiderio, l’ansia quasi, che ciò che è stato annunciato si compia. Non c’è rassegnazione in lei, c’è adesione con fierezza. Una volta compreso il ruolo che deve avere, Maria accetta.
C’è in questo annuncio un qualcosa che porta a una culla. Il venire alla luce dal buio del ventre della madre. Ogni nascita richiama una rinascita, dalle tenebre alla luce.
Con la nascita di Cristo, che vince le tenebre del peccato, come la natura ogni anno vince il buio dell’inverno e ritrova la luce, il tempo acquista un nuovo senso: diventa storia, storia sacra. Diventa escatologia, cioè fine verso cui tende l’uomo.
Oggi nella nostra cultura, nella nostra società che cosa è rimasto del Natale? Trova ancora un senso questa festa? L’Occidente ormai non è più cristiano. Il Natale, la cui pregnanza  di festa sta nel dare un senso alla nostra esistenza in forma di amore per l’altro, si è svuotato di questo significato.
Eppure tutto ci riporta a Betlemme, a quella grotta dove nasce colui che sarà Re di Pace.
Perché il Cristianesimo è l’unica religione che prevede un Dio che si fa uomo e di converso implica che l’uomo è vicino a Dio. Il sacro che viene portato nelle vicinanze dell’uomo perde la sua sacralità, diventa quasi qualcosa di umano. D’ora in poi non ci si può avvicinare a Dio se non passando attraverso la sua umanità, cioè attraverso ogni uomo.
Ed è proprio in questo passaggio che ci si può ritrovare tutti, credenti e agnostici. Qui dove c’è la carità. Se l’umanizzazione di Dio ha desacralizzato Dio, dall’altro lato ha sacralizzato l’uomo.

E non c’è amore per Dio che non passi attraverso l’amore per l’uomo.